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La Storia di Nonantola.


 
 
 

 

 

 

 



Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

 

 
 
 
 

 

Capitolo 1

Il territorio oggi compreso nel comune di Nonāntola si estende a nord-est di Modena, dalla quale il capoluogo, situato sulla strada per Ferrara, dista circa 11 chilometri.Anche se il nome di Nonāntola ci riporta subito alle complesse vicende dell'abbazia benedettina, la storia della cittadina č quantomai ricca. Il terreno alluvionale, pianeggiante e fertile ha infatti favorito fin dall'antichitā lo stanziamento umano; gli studi archeologici condotti fra l'Ottocento e il Novecento hanno individuato una serie di reperti che testimoniano una sostanziale continuitā di insediamenti, a partire giā dall'Etā del bronzo.I pių antichi rinvenimenti, effettuati a Redų, risalgono al XVI-XIV secolo a.C.: si tratta di anse in ceramica, manici di lesine in osso, fibule bronzee e di un "rasoio" dal caratteristico manico "a otto". Luogo delle scoperte le terramare, rialzi del terreno di 2-4 metri, costituiti dalla stratificazione di residui dei villaggi preistorici. L'elevato potere fertilizzante dato al terriccio delle terramare ("marna") dalle componenti organiche ha perō causato il loro sfruttamento a fini agricoli, intensivo giā dalla fine del Settecento, e la conseguente probabile perdita di molti reperti.Per quanto concerne l'Etā del ferro, nel podere Golfiera si sono rinvenute fibule bronzee a navicella, decorate da graffiti geometrici o da uccellini stilizzati; la necropoli ha restituito inoltre armille, coltelli, aghi in ceramica, piattelli,coppe, situle e fusaiole. Una lamina d'oro arrotolata, di circa 3 x 4 cm, dalla funzione ignota, testimonia la conoscenza e l'uso anche del prezioso metallo. Di etā pių recente sono alcuni cinerari decorati da ciottoli incastonati. A Rubbiara poi č stata rinvenuta una tomba di epoca etrusca, nella quale si sono trovate armille e fibule, oltre ad un segnacolo litico, un fermaglio e un vaso.AL 182 a.c. risale la fondazione della colonia romana, dalla cui ipotetica estensione (novanta centurie) Nonāntola trae secondo i pių il nome, passato dall'originario * Nona(gi)nta alla forma munita di suffisso diminutivo, Nonantula, usuale nel Medioevo; altri toponimi di simile formazione, come Quarāntoli e Quingčntole, si ritrovano d'altronde in quest'area. La colonizzazione romana porta a una prima sistematica bonifica del territorio, suddiviso poi mediante la centuriazione secondo uno schema tuttora parzialmente percepibile nel reticolo formato dall'intreccio di vie di terra e vie d'acqua, (fossi e canali). Anche esagonelle e mosaici pavimentali, mattoni manubriati, coppi, vasi, lucerne, monete e fibule rimangono a documentare il periodo romano, nel quale la cittadina non sembra comunque aver assunto un rilievo particolare, probabilmente a causa della vicinanza di centri fiorenti come Modena, Castelfranco e Bologna. Nell'ultimo periodo dell'Impero romano le campagne, ormai insicure, vengono abbandonate, coprendosi nuovamente di boschi e paludi, e la colonia decade. E ai Longobardi, attestatisi molto presto nel Modenese, che deve essere ascritta la nascita dell'odierna Nonāntola: alla metā dell'VIII secolo il re Astolfo dona al cognato Anselmo, perché vi fondi un monastero benedettino, una vasta estensione di terre incolte poste "nella zona di Nonantola, nella corte di Zena", a nord della via Emilia, fra Modena e Bologna. La donazione ha un movente politico oltre che pio: Astolfo ha infatti occupato nel 750-751 Ferrara e Ravenna e mira a formare un centro per la colonizzazione e il controllo dei nuovi territori. A questo scopo risulta essenziale l'operato dei monaci che, mediante il ripristino e la costruzione di opere idrauliche, riescono a ricondurre a bonifica il territorio, sottraendolo alle paludi, rendendo lo coltivabile e favorendone il popolamento.Anselmo,che abbandona il titolo di duca del Friuli per indossare il saio benedettino, ha giā fondato nel 749 un ricovero nell' Appennino modenese, lungo la strada che conduce in Toscana, dove oggi č appunto Ospitale.L'Abbazia di Nonāntola, dedicata ai SS.Pietro e Paolo, viene consacrata nel 753.Tre anni dopo Anselmo, forse dopo essere stato personalmente a Roma, riesce a portare a Nonāntola, dalle catacombe di Priscilla, le reliquie di S.Silvestro papa, al quale viene definitivamente intitolata la Chiesa abbaziale, che riceve una nuova consacrazione.Ben presto l'Abbazia col suo monastero divenne un centro di attrazione per le popolazioni residenti nei dintorni, che si raccolsero intorno al gruppo dei frati, collaborando con questi nello sforzo di rendere produttive quelle paludi. Nacque un vero e proprio borgo, sotto la giurisdizione dell' Abate che era insieme conte, aveva cioč il potere di amministrare la giustizia in nome del sovrano.La crescente fama di Anselmo fa sė che il monastero divenga il destinatario di donazioni sempre pių numerose da parte dei duchi longobardi, poi di Carlo Magno e di altri nobili e imperatori. Giungendo ad avere oltre mille monaci e a possedere beni in Emilia, Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, e persino a Costantinopoli, l'abbazia arriverā a costituire uno dei maggiori centri di potere dell'Italia feudale, particolarmente nei secoli intorno al Mille.Fra il 758 e il 762 il successore di Astolfo, Desiderio, esilia Anselmo nel Monastero di Cassino, probabilmente in seguito a dissidi politici. Anselmo puō tornare a Nonāntola, portando con sé un cospicuo gruppo di manoscritti, solo nel 774, quando Carlo Magno sconfigge Desiderio e prende sotto la sua protezione l'Abbazia di S. Silvestro, affidando anche incarichi diplomatici all'abate, che muore nell'803 in odore di santitā.A confermare lo stretto legame che unisce l'abbazia ai rappresentanti del potere laico, giunge, nell'837 la visita dell'imperatore Lotario che fra le altre donazioni concede ai monaci la facoltā di eleggere l'abate. I titolari del Sacro Romano Impero non si limitano comunque, per lungo tempo almeno, alla sola approvazione della scelta compiuta dai frati: "Gli ampi poteri esercitati dall'autoritā imperiale nei confronti del monastero di Nonantola raggiungono il proprio apice in etā carolingia, quando. i sovrani, ponendosi come supremi protettori dei beni ecclesiastici, intervengono sempre pių insistentemente nelle nomine degli abati di molti centri monastici italiani e francesi. Spesso l'imperatore impone ai monaci la propria scelta, dal momento che l'abate viene a ricoprire una carica simile a quella di un funzionario sovrano" (R. Rinaldi).Intorno all'870-880, in seguito alla crescita del borgo, viene eretta la Chiesa di S. Michele Arcangelo. Nell'883 l'abbazia si č ormai tanto affermata da venire designata quale sede dell'incontro fra l'imperatore Carlo il Grosso e il papa Marino 1. Due anni dopo, il nuovo pontefice, Adriano 3, muore a Wilzacara (presso l'odierna San Cesario), mentre č in viaggio verso l'Europa del Nord. Da Nonāntola, dov'č abate Teodorico, un corteo di monaci muove per prendere solennemente in consegna la salma del pontefice, che viene poi condotta all'abbazia, come ancora narrano le formelle del portale. La tradizione vuole che, calata la notte, sette monaci togliessero alla salma la ricca pianeta per adornarne la chiesa. "Ma sei dei sacrileghi furono entro l'anno colpiti di morte, considerata da tutti come castigo di Dio. Il settimo, redarguito in visione dal Pontefice, chiese perdono del fallo e ne fece onorevole ammenda recitando ogni giorno, fin che visse, il Salterio sulla tomba di Lui" (F. Manzini). Dal suo continuo salmodiare si vuole sia nato il culto di S. Adriano, che si rafforza nell'887, quando le ossa del santo vengono ritrovate illese dopo che una scorreria degli Ungari ha messo a fuoco chiesa e borgo. La tomba, considerata fonte di grazie, diviene meta di un consistente pellegrinaggio, soprattutto nel X secolo. Un nuovo incendio, nell'890, danneggia l'abbazia, che nel1'899 č vittima di un'altra incursione degli Ungari dalle disastrose conseguenze: chiesa e monastero sono distrutti, molti frati vengono uccisi, numerosi codici vanno persi, e l'abate deve rifugiarsi a Pavia.S. Silvestro viene ricostruita solo nel 907 e riceve la terza consacrazione. Verso la fine del X secolo, per sottrarre Nonāntola alle mire dei grandi vescovati vicini, nello scriptorium abbaziale si approntano falsi documenti pontifici sulla scorta dei quali il monastero risulta dipendere direttamente dalla Sede Apostolica:"Dalle informi falsificazioni del 970 a quelle del 997, che chiusero la serie delle Bolle false, si constata una progressiva abilitā e cultura, indizio questo di una specie di risorgimento intellettuale del Monastero, dovuto all'opera riformatrice di Ottone II e all'influenza dell'archimandrita e suo segretario Giovanni Filagato da Rossano [poi antipapa col nome di Giovanni XVI], uomo assai colto, il quale fu da lui nominato abate" (C. Cesari).La fioritura della cultura nonantolana si intensifica al principio dell'XI secolo con Rodolfo, eletto dai monaci, che fa trascrivere molti manoscritti: sembra che proprio sotto di lui sia stata compilata la Vita Sancti Anselmi, contenente la storia leggendaria del monastero. Alla biblioteca si affianca la scuola, dove particolare attenzione viene prestata alla musica e agli studi giuridici, in cui rifulgono Adigerio, Alberto e Nordilo.Negli stessi anni la Chiesa di S. Michele č elevata a pieve; i monaci devono perō riparare i danni che un nuovo incendio arreca a S. Silvestro nel 1013. Nel 1058 l'abate Gotescalco cede un esteso appezzamento di terra in enfiteusi perpetua ai Nonantolani, che si impegnano in cambio a munire tre lati del borgo di mura e fossato, mentre il quarto lato e due torri rimangono a carico dell'abbazia. Dalla concessione prende origine quella gestionale sociale delle terre che, con il nome di Partecipanza Agraria, esiste ancora oggi.Nel 1077, durante la lotta per le investiture, Gregorio VII, di ritorno da Canossa, si ferma nel monastero, sembra per celebrarvi la Pasqua. Nonāntola viene in tal modo a trovarsi in una situazione diplomatica estremamente complessa:imperiale per tradizione, l'abbazia sembra in un primo momento propendere per Enrico IV, e nel 1082-1084 deve subire una spoliazione e un assedio da parte di Matilde di Canossa,che impiega il tesoro abbaziale nella lotta contro l imperatore. Un sostanziale cambiamento nella posizione politica del monastero, intuibile giā dalle donazioni che la stessa marchesa di Toscana compie in suo favore agli inizi del XII secolo, č testimoniato dal Liber de honore Ecclesiae, composto nel 1111 dal priore Placido da Nonāntola:riallacciandosi alla tradizione di studi legali propria dell'abbazia, il monaco sostiene la "capacitā giuridica della Chiesa a possedere, come personificazione di un'unitā collettiva" (L. Simeoni), contribuendo cosė a impostare le basi teoriche del Concordato di Worms. Nel 1117 un terremoto danneggia gravemente l'abbazia e la chiesa dev'essere in gran parte rifatta. L'avvenimento č ricordato dall'iscrizione scolpita nell'architrave del portale: "Silvestri celsi ceciderunt culmina templi/Mille Redemptoris lapsis vertigine solis, Annis, centenis septem necnon quoque denis,Quod refici magnos cepit post quatuor annos".I "quattro grandi anni" dell'iscrizione vengono interpretati dai pių per datare al 1121 l'inizio dei lavori, compiuti secondo un progetto che conserva lo schema basilicale, ma implica l'ampliamento della chiesa, l'elevazione del pavimento e il rafforzamento delle absidi mediante lesene e semicolonne; i catini absidali vengono poi raccordati al presbiterio da murature che ne accentuano stabilitā e profonditā.Diminuita dopo Worms l'autoritā della protezione imperiale, i possedimenti dell'abbazia, e la sua stessa ubicazione presso l'incrocio fra la via Emilia e la strada che scende dalla Germania passando per Verona, espongono Nonāntola a vari tentativi di conquista.

Capitolo 2

 

In seguito alla minaccia del vescovo di Modena, Dodone, i Nonantolani, guidati dall'abate Ildebrando, cercano protezione sottomettendosi a Bologna nel 1131.Nonostante che l'anno seguente Innocenzo II, di passaggio per Nonāntola, riconfermi i privilegi abbaziali, nel 1143 la cittadina viene rasa al suolo dai Modenesi, ai quali per punizione Eugenio 111 toglie per nove anni la sede vescovile.Nel 1162 S. Silvestro dispone di una torre campanaria. Sul finire del secolo, quando l'abbazia č retta da Bonifacio (ricordato, pių che per la sua partecipazione alla terza crociata, per avere dilapidato in un trentennio il patrimonio abbaziale ed essere quindi stato deposto da Innocenzo 3), una nuova scorreria dei Modenesi mette a sacco molte chiese sottomesse a Nonāntola. A questo anno risale anche la prima citazione documentaria della comunitā quale proprietaria di terreni.L'etā comunale segna l'inizio della decadenza per l'abbazia, rappresentante della vecchia organizzazione feudale. Il monastero perde per esempio, nel 1218, una causa contro il comune di Creva1core, che pure č suo vassallo: giudice della disputa č il podestā del comune di Bologna, al quale Nonāntola rimane sottomessa per la prima metā del Duecento. I Modenesi riescono a impossessarsi della cittadina, costruendovi la torre che attualmente porta l'orologio pubblico, nel 1261, quando, in cambio di agevolazioni fiscali e della concessione della cittadinanza modenese ai Nonantolani, ottengono la giurisdizione sui beni temporali dell'abbazia.Quando perō Azzo VIII d'Este viene cacciato da Modena nel 1306, i Bolognesi riescono a riprendere Nonāntola, pare corrompendone i castellani, e, costruitavi a loro volta una torre, ne mantengono di fatto il controllo (ingerendosi anche nell'assegnazione delle cariche pubbliche) per tutto il Trecento; a questo secolo risalgono inoltre il porticato che corre lungo il fianco meridionale di S. Silvestro e la definitiva sistemazione del Panaro nell'alveo attuale.Nel 1411 Niccolō 3 d'Este riesce a riprendere Nonāntola, che entra a fare stabilmente parte dello Stato estense: nel 1419 il nuovo signore approva gli Statuti, che costituiscono il primo atto ufficiale della comunitā nonantolana.L'abbazia, ormai in piena decadenza, č in questi anni quasi priva di monaci e ad amministrarne i beni Gregorio XIII chiama Gian Galeazzo Pepoli: sotto il suo governo la cripta, per motivi di sicurezza, viene interdetta al culto e l'urna con le spoglie di S. Silvestro viene portata nel coro; l'abate commissiona anche il polittico destinato a ornare l'altar maggiore. Ne! 1442 rinnova infine la concessione della Partecipanza, trasformando la in formale investitura perpetua a tutto il popolo nonantolano. Il Pepoli č l'ultimo abate regolare di Nonāntola: alla sua morte Niccolō V trasforma l'abbazia in una commenda (1449). Il provvedimento nasce quale rimedio transitorio alla grave situazione in cui versa l'abbazia, ma contribuirā ad accentuarne la decadenza, anche perché vari commendatari si disinteresseranno dell'abbazia, delegandovi un vicario e limitandosi a goderne le rendite. Primo abate commendatario č Gurone d'Este, sotto il quale i fratelli Giorgio e Antonio Miscomini stampano a Nonāntola, giā nel maggio del 1480, un Breviarium secundum curiam Romanam, impresso in pergamena, ornato da miniature e corredato da varie tavole silografiche d'astronomia.Nel 1461-1466 l'abbazia viene ristrutturata radicalmente: la cripta, pericolante, č defmitivamente chiusa; si rinnovano i muri perimetrali delle absidi; si costruiscono le coperture a volta delle navate, probabilmente con una riduzione del tetto centrale; si alza ulteriormente il livello della pavimentazione. La bifora della facciata viene sostituita da un occhio centrale e sul porticato del fianco meridionale viene elevata una loggia.Nel 1481 Ercole I d'Este, in seguito a discordie sorte fra i membri della Partecipanza, divide i beni della concessione in due parti, assegnandone una ai possessori di beni rustici (detti "bocche morte") e l'altra a chi non possiede immobili ("bocche vive"). Nel 1485 č nominato abate Giuliano della Rovere, che seguita a interessarsi di Nonāntola anche dopo essere divenuto pontefice con il nome di Giulio II, riuscendo a convincere Alfonso I d'Este a ripristinare nel loro corso le acque che, deviate dal duca ferrarese per nuocere ai Bolognesi, hanno arrecato danno anche ai mulini di Nonāntola.Nel 1514, l'abate Gian Matteo Sertorio, per ovviare allo scarso numero di monaci, affida l'abbazia ai Cistercensi, dopo che i Benedettini l'hanno retta per oltre sette secoli e mezzo. L'abate si adopera intensamente per rinvigorire il prestigio di Nonāntola, ma non puō impedire che varie chiese si emancipino dalla giurisdizione dell'abbazia. Nel 1536 una sentenza stabilisce che possono fruire della Partecipanza anche quei forestieri che posseggano beni nel territorio del comune: per salvaguardare i diritti dei Nonantolani, nel 1584 viene steso il ruolo delle "bocche vive", destinato a non essere pių accresciuto.Dal 1560 č abate Carlo Borromeo, che ben si adopera in favore dell'abbazia, facendole riconfermare dal pontefice gli antichi privilegi, pubblicando un monitono. per recuperare i beni perduti e riunendo il sino do diocesano. L'abate, che non risiede a Nonāntola, passa perō a" visitare S. Silvestro, ed č accolto con grande esultanza dalle autoritā e dal popolo.All'iniziativa di S. Carlo, che concorre con seimila scudi del suo patrimonio personale, Nonāntola deve l'istituzione del Seminario che, fondato nel 1567, č fra i primi a mettere in atto le direttive del Concilio di Trento.Nella seconda metā del secolo la chiesa abbaziale si arricchisce di un oratorio, addossato al lato settentrionale e intitolato al Crocefisso. L'abate Girolamo Mattei conduce poi a termine la ricostruzione della sagrestia.All'arcivescovo di Bologna Lodovico Lodovisi, che vuole per segretario Alessandro Tassoni, succede come abate Antonio Barberini. Nel corso della guerra in cui Parma, Venezia, Firenze e Modena si oppongono allo Stato della Chiesa, l'abate, al comando dell'esercito pontificio, viene sconfitto, nel 1643, proprio a Nonāntola, dal generale estense Raimondo Montecuccoli. La battaglia, poi ricordata dall'incisione di una stampa, causa, oltre alla distruzione. di numerose case del borgo e del campanile di S. Silvestro, anche gravi perdite all'archivio dell' Abbazia, alcuni documenti del quale vengono utilizzati per fare cartucce, mentre dai sigilli papali si ricavano proiettili. Nello stesso anno si rinnovano le mura del castello; nel 1674, poi, l'abate Rospigliosi alza una torretta campanaria sulla calotta dell'abside maggiore; il problema dell'umi. ditā costringe quindi l'abate De Angelis ad elevare nel 1688 la pavimentazione dell'edificio fino al livello della soglia d'ingresso.All'inizio del XVIII secolo l'abate Sebastiano Antonio Tanara fa eseguire delle aggiunte al complesso abbaziale, rinnova a proprie spese gli arredi sacri della chiesa e chiama ad insegnare nel Seminario docenti di valore. Per quanto concerne il borgo, č da notare nel Settecento "una massiccia presenza della mezzadria, mentre i proprietari locali dei terreni erano in numero assai ristretto. dal momento che molte terre appartenevano a cittadini modenesi, a nobili, a istituzioni ecclesiastiche" Fra i compiti pių gravosi spettanti ai magistrati comunali č il controllo della rete idrica, dalla quale dipendono l'agricoltura, i mulini e le botteghe dei fabbri.Nella seconda metā del secolo l'abbazia č fatta oggetto di sostanziali rinnovamenti, sia negli edifici che in quanto istituzione. Il cardinale Alessandro Albani, succeduto al Tanara, attua un radicale restauro delle coperture di S.Silvestro, il cui tetto, per la riduzione delle falde della parte centrale, viene a consistere di due soli spioventi anziché di quattro. Viene alterata anche la facciata, mediante l'apertura di due porte laterali, l'aggiunta di cornicioni fortemente aggettanti, la stuccatura della base delle colonne e l'intonacatura generale. "Il risultato di questa serie di manomissioni era una facciata di dominante profilo orizzontale, sciatta e goffa" (M. Baldini). L'Albani dedica poi la sua attenzione al Seminario, la cui fama cresce al punto di attrarre studenti stranieri; a lui si deve anche il rinnovamento della Chiesa di S. Michele, caduta in grave degrado: "Si procedette alla demolizione della cripta e all'innalzamento del livello del pavimento; inoltre l'antico soffitto ligneo fu sostituito da volte pių basse" (G. Malagoli-R. Piccinini-M.L. Zambelli).Nel 1769 i Cistercensi perdono per la prima volta l'abbazia, in seguito alla soppressione dei piccoli monasteri attuata da Francesco III d'Este. Ottenutala di nuovo cinque anni dopo, ne vengono defmitivamente allontanati nel 1783, quando abate di S. Silvestro č Francesco Maria d'Este, che sostituisce loro un Capitolo di canonici. Il commendatario, che diviene anche vescovo di Reggio Emilia, cura il restauro di molte case del monastero e dello stesso palazzo degli abati e dā lustro a Nonāntola incaricando Girolamo Tiraboschi di scrivere la Storia dell'augusta badia di S. Silvestro diNonantola, pubblicata in due volumi a Modena nel 1784-1785, dopo quattro anni di ricerche. Francesco Maria d'Este commissiona inoltre al pittore Giovanni Mussati il progetto di una nuova ristrutturazione della chiesa. Un primo studio, che prevede il rifacimento della facciata e una nuova elevazione del tetto, non viene approvato; il Mussati elabora allora un nuovo progetto, che mira a rinnovare completamente la chiesa in forme neoclassiche, eliminandone persino il protiro, ma nemmeno quest'idea (illustrata nella Storia del Tiraboschi) giunge a compimento. L'aspetto di S.Silvestro rimarrā cosė, fino agli inizi del XX secolo, quello voluto dall' Albani.Nel 1798 la Repubblica Cisalpina priva dei beni l'Abbazia, le cui parrocchie sono sottomesse alla Diocesi di Modena, e il Seminario, che viene inizialmente soppresso per essere ripristinato nel 1801 come Collegio Nazionale Distrettuale e poi come Seminario-Collegio. I beni espropriati sono messi in vendita;parte del complesso abbaziale viene acquistata dal generale napoleonico Leonardo Salimbeni, che si stabilisce a Redų; dalla sua famiglia l'edificio verrā ceduto nel 1898 al comune, che ne farā la propria sede. La situazione politica seguita aWarrivo delle armate francesi porta anche allo scioglimento della comunitā e Nonāntola si trova a dipendere, all'interno del Dipartimento del Reno, dal municipio di Crevalcore.Nel 1803 un decreto stabilisce la soppressione dell'abbazia alla morte del commendatario, che la rimette nelle mani del pontefice e ne conserva il governo solo in veste di amministratore apostolico.Dopo la Restaurazione, Nonāntola recupera la propria autonomia comunale e riceve nel 1814 la visita del nuovo duca, Francesco IV d'Austria-Este, che affida nuovamente il Seminario a Francesco Maria. L'edificio, danneggiato nel 1821, insieme alla chiesa, da un incendio, viene restaurato con l'aggiunta di un piano. Alla morte di Francesco Maria d'Este, la Santa Sede conferisce Nonāntola in commenda perpetua al vescovo di Modena, dalla cui diocesi l'abbazia rimane comunque ben distinta, evitando cosė il rischio di una definiva soppressione. Nel 1826 chiesa, Seminario e palazzo degli abati sono scorporati dalla parrocchia di Nonāntola e assoggettati direttamente al commendatario.Durante l'Ottocento Nonāntola segue le sorti dello Stato estense e poi di quello unitario. Nel 1820 la Partecipanza assume una fisionomia ben distinta da quella del comune, attraverso una sua amministrazione che prima affianca e quindi sostituisce quella municipale; altri avvenimenti di rilievo sono la partecipazione di alcuni cittadini nonantolani come volontari alle guerre d'indipendenza e l'acquisizione dei beni di capitolo e seminario compiuta dallo Stato italiano.

Capitolo 3

 

All'aprirsi del XX secolo la cittadina vive di un'economia soprattutto agricola, solo parzialmente integrata da attivitā artigianali quali la lavorazione del truciolo e la produzione di sporte di paglia, Non mancano contrasti violenti fra proprietari e braccianti (che giungono a occupare la sede municipale) ed č Isentito il problema della disoccupazione, alla quale il comune cerca di porre rimedio con l'attuazione di lavori pubblici, come la costruzione del macello, del lavatoio e delle scuole elementari nelle frazioni. Un complesso insieme di motivi conduce anche allo smantellamento quasi totale della cinta difensiva:I propositi di demolizione insorgono nel 1905 da parte dell' Amministrazione Icomunale, preoccupata di risanare l'abitato con la colmatura delle fosse, di ovviare alla disoccupazione, di aggiornare il nucleo urbano alla moderna rete di comunicazione ed allo sviluppo edilizio" (L. Serchia).Dal 1907 Nonāntola dispone di un asilo parrocchiale, e dal 1914 di una cantina sociale (Lavorazione Sociale Cooperativa Prodotti Agricoli di Nonāntola), che riunisce vari agricoltori locali nella produzione del vino e nella lavorazione dei sottoprodotti dell'uva. Viene inoltre inaugurata la stazione ferroviaria lungo la nuova linea (attualmente soppressa) che unisce Modena a Ferrara. Nel 1916 le "bocche vive" della Partecipanza riscattano i diritti delle "bocche morte" e le terre della concessione vengono a spettare alle famiglie comprese nel ruolo del 1584.Nel 1913 Natale Bruni, arcivescovo di Modena e commendatario di Nonāntola, apprezza vivamente il lavoro di restauro condotto alla Pieve di Trebbio, nell'Appennino modenese, da don Ferdinando Manzini, e gli scrive: "ti affido l'incarico di esaminare se e quali lavori siano possibili nella chiesa abbaziale di Nonāntola affine di ritornare la medesima al suo antico splendore". L'intervento del sacerdote giunge poco dopo gli studi di Arsenio Crespellani e del Genio Civile di Modena (1885-1892) e di Carlo Barberi (1905). Quest'.ultimo, in particolare, ha elaborato un progetto di restauro molto cauto, nella consapevolezza dei rischi impliciti nella volontā di cancellare le alterazioni accumulatesi sull'abbazia nel corso dei secoli. "Appassionato fautore del neo-medievalismo di fine Ottocento - inizio Novecento, che aveva determinato un vero 'clima di cure e premure' per gli edifici medievali" (P, Monari), don Manzini si pone invece all'opera seguendo criteri profondamente lontani da quelli oggi invalsi. "Il Manzini del resto affrontō il restauro della chiesa abbaziale senza una precisa cognizione critica e metodo logica; il suo intervento oscillō tra i due poli estremi del ripristino stilistico e del restauro archeologico; criterio imposto, se cosė si puō dire, dall'addensamento sul testo monumentale di numerose fasi costiuttive e di trasformazione. Neanche per un istante il Canonico dubitō della necessitā di rimuovere le aggiunte successive, quali le volte e il campanile, estranee alla purezza dell'edificio romanico" I risultati pių vistosi dei lavori curati da don Manzini fra il 1913 e il 1917 consistono nell'elevazione di circa sette metri del tetto centrale (le capriate della copertura sono lasciate in vista, con l'abbattimento delle volte quattrocentesche); nel rifacimento della facciata, ricondotta allo stile romanico; nella riapertura e nella parziale ricostruzione della cripta (alcuni capitelli della quale vengono recuperati in vari luoghi del Modenese); nel restauro delle absidi,con la distruzione degli edifici che vi erano stati addossati e della torretta campanaria secentesca; nel riabbassamento del livello di pavimentazione. Don Manzini fa poi eseguire un ciborio (eliminato in seguito per problemi di statica), sul modello di quello da lui ricostruito nella Pieve di Trebbio, e costruisce un fonte battesimale utilizzando pezzi di recupero, fra cui una vasca di pietra forse dell'VIII secolo. Il sacerdote, che nel 1915 diviene parroco di Nonāntola e trasferisce la sede della parrocchia in S. Michele, si accinge nel dopoguerra al restauro anche di questa chiesa. I lavori, presto interrotti per mancanza di fondi, si devono limitare allo sterro della cripta, che riporta alla luce pregevoli capitelli pulvinati, e al restauro delle due absidi romaniche risparmiate dal rimaneggiamento settecentesco.L'avvento del regime fascista a Nonāntola, comporta, parallelamente alla perdita della libertā, la realizzazione, anche per motivi d'immagine, di alcune opere pubbliche: "la costruzione dell'acquedotto e la distribuzione dell'acqua in paese mediante diciannove fontanelle; l'estensione della rete elettrica alle frazioni; la riparazione dell'argin~ del fiume Panaro; la costruzione di edifici scolastici sia nelle frazioni, sia nel capoluogo, dove la scuola elementare fu ultimata e dedicata a Costanzo Ciano nel 1939"(G. Malagoli-R. PiccininiM.L. Zambelli). Vengono inoltre istituite l'Opera Nazionale Maternitā e Infanzia e una colonia elioterapica. Nel 1926 la commenda perpetua dell'abbazia viene trasformata in unione perpetua con l'arcidiocesi di Modena nella persona del vescovo; nel 1928 la Chiesa di S. Silvestro č dichiarata basilica e vi č ripristinato il Capitolo dei canonici. Dal 1933 al comune č concessa la facoltā di fare uso di un suo gonfalone.Durante la Resistenza č situato a Nonāntola il centro di direzione della lotta partigiana nella "Terza zona", che comprende .anche Bomporto, Bastiglia e Ravarino. Nel novembre del 1944 la cittadina subisce un bombardamento aereo che provoca non poche vittime. Nonāntola fornisce un altissimo esempio di solidarietā umana quando un centinaio di ragazzi ebrei viene nascosto prima a Villa Emma, quindi nel Seminario e presso privati, per essere infine aiutato a riparare in Svizzera. Per questa nobile azione lo Stato d'Israele ha proclamato "Giusti fra le Nazioni" i due nonantolani che pių si esposero, Giuseppe Moreali e don Arrigo Beccari. La Liberazione giunge a Nonāntola il 21 aprile del 1945, quando la popolazione accoglie in festa una colonna corazzata statunitense.Nel dopoguerra la cittadina si č allargata ben oltre i suoi antichi confini, testimoniati ancora dalle fotografie dell'inizio del secolo. Questi ultimi anni hanno visto una massiccia espansione dei quartieri industriali, specie nelle aree adiacenti alla strada per Modena: sono numerose le imprese specializzate nella lavorazione del legno e nella meccanica (produzione di attrezzi per l'agricoltura) e non mancano quelle edili e tessili.Ad esse si affianca una discreta rete commerciale (materiali edili, carpenterie metalliche, macchinari agricoli).L'attivitā agricola, affiancata dall'allevamento di suini e polli,. comprende la coltivazione di cereali, barbabietole da zucchero ed erba medica per foraggi, ma č rinomata soprattutto per la produzione del vino (Lambrusco).Č da notare che nel 1961 la Partecipanza Agraria ha definitivamente riscattato dall'abate (il vescovo di Modena Giuseppe Amici) le terre, il cui riparto čstato portato nel 1973 da nove a diciotto anni, ferma restando la divisione per "bocche" .Oltre ad alcuni alberghi, sono poi numerosi anche nelle frazioni i ristoranti e le trattorie di un certo livello, a testimonianza di una tradizione gastronomica ancora ben viva.Il comune ha curato la sistemazione urbanistica del capoluogo dando ampio spazio alle aree di verde pubblico; č stato realizzato un impianto di depurazione e si sono rinnovate la rete idrica e quella fognaria. Alla ristrutturazione delle scuole elementari č seguita la creazione di un asilo nido, di una scuola materna, di un centro per anziani e di uno spazio giovani; nel 1986 č stato inaugurato anche il nuovo edificio delle scuole medie, in precedenza alloggiate nel palazzo seminariale. Di vario genere gli impianti sportivi, pubblici e privati, presenti nel comune: oltre ai campi da calcio e alle palestre, Nonāntola dispone di una piscina, di un maneggio, di sei campi da tennis e dieci da bocce. Per iniziativa del comune sono poi sorti vari servizi culturali (biblioteca, fonoteca, ludoteca, laboratorio dei mezzi di comunicazione visiva, sala attrezzata per conferenze) e sono state edite pubblicazioni miranti a far conoscere la storia della cittadina. In questi ultimi anni sono proseguiti anche i lavori di restauro al complesso monumentale di S. Silvestro, con interventi sul porticato e sulla cripta.La Chiesa di S. Silvestro, disposta verso oriente, conserva l'antica pianta basilicale a tre navate. La facciata č tripartita da due alte semicolonne; all'interno delle aree che ne risultano, lesene, archi ciechi e archetti pensili movimentano la superficie muraria nella quale si apre solo una bifora centrale. Il portale č ornato da uno splendido protiro, sorretto da due colonne poggianti su leoni che stringono la preda; alle spalle del protiro si alzano due semicolonne. La decorazione scultorea degli stipiti del portale si deve ad artisti della scuola di Wiligelmo:le facce interne sono ornate da rilievi a "tralcio abitato", i lati anteriori da formelle che raffigurano, sullo stipite sinistro, alcuni episodi della storia dell'abbazia (fra questi spiccano la Donazione di Astolfo e la Chiesa abbaziale), su quello di destra scene della vita di Gesų (notevoli il Presepio e il Gregge). Sull'architrave, leggermente inflessa (secondo alcuni per un'antica incrinatura dovuta a un terremoto), poggiano i magnifici rilievi della lunetta, che č "frutto di una ricomposizione dell'insieme avvenuta in epoca molto pių tarda, forse in epoca quattrocentesca [...] oppure in etā rinascimentale" (A.C. Quintavalle). Al centro il Cristo Pantocratore, "di mano di Wiligelmo" (A.C.Quintavalle), č affiancato da due angeli; intorno, a seguire il semicerchio, quattro medaglioni racchiudono i simboli degli Evangelisti. L'archivolto riprende gli intrecci che abbelliscono gli stipiti.L'interno della basilica č vasto e austero; vi predomina l'uso dei mattoni a vista. Due serie di pilastri quadrilobati, da cui salgono archi a tutto sesto, scandiscono lo spazio in tre navate; la copertura č sostenuta da capriate a vista. Il piano del presbiterio, rialzato, č raįcordato all'area riservata ai fedeli da tre scalinate. L'a/tar maggiore conserva i resti di S. Silvestro ed č decorato da otto formelle cinquecentesche in marmo, di Giacomo Silla de' Longhi, che narrano episodi della vita del santo. Sull'altare č il po/ittico di Michele di Matteo, ordinato da Gian Galeazzo Pepoli, ma consegnato solo intorno al 1460 a Gurone d'Este. A tre ordini, composti da sette scomparti ciascuno, la tavola presenta nell'ordine superiore la Crocefissione circondata da sei figure di Santi; altre sei sono intorno alla Madonna con il Bambino della fascia mediana, mentre in quella inferiore le sei coppie di Apostoli, ritratti a mezza figura, affiancano la Pietā; agli angoli inferiori sono gli stemmi dei Pepoli e degli Este. Dietro l'altare č posto l'organo settecentesco, attribuito al Traeri. Nella navata sinistra si trovano il fonte battesimale costruito da don Manzini, una notevole Ascensione su tavola, di scuola ferrarese del secondo Quattrocento e infine il busto di Natale Bruni scolpito da Giovanni Graziosi: il promotore dei restauri del 1913-1917 č ricordato anche, insieme a Ferdinando Manzini, da una lapide posta nel pavimento all'ingresso della chiesa. La navata destra conserva la tela con S. Antonio da Padova, attribuita a Benedetto Gennari, quella settecentesca raffigurante la Madonna e Santi e soprattutto l'affresco quattrocentesco della scuola degli Erri che rappresenta su tre fasce Crocefissione, Annunciazione e Santi.Sottostante al presbiterio č la cripta, fra le pių vaste d'Italia; la sua volta č sorretta da 64 colonnine, 19 delle quali originali, come 36 dei capitelli. Sotto l'altare centrale della cripta č l'urna contenente le reliquie di sei santi, fra i quali S. Anselmo e S. Adriano. Notevolissimo l'insieme delle magnifiche absidi, nelle quali si aprono le finestre del presbiterio e della cripta e ricompaiono i semplici motivi ornamentali della facciata: bifore, archetti pensili (che sovrastano nicchie a fornice), archi ciechi innestati su lesene e semicolonne (quattro nell'abside maggiore, due in ciascuna delle laterali).Addossato al fianco meridionale della chiesa č il portico trecentesco, sul quale si apre il loggiato del Quattrocento, in cui sono esposti alcuni reperti archeologici d'etā romana. Nel lato settentrionale, davanti al quale resta ancora un bastione delle antiche mura castellane, risalta l'ultimo contrafforte, sagomato a prisma.Attiguo alla chiesa č l'edificio del Seminario: chiuso l'istituto nel 1972 per il diminuire degli aspiranti, il complesso, danneggiato da un fulmine nel 1986, ospita la biblioteca, l'archivio e il tesoro abbaziali. Nelle sue sale si trovano alcune vetrine che conservano reperti d'epoca preistorica, i tre ritratti dell'abate Borromeo (il primo, S.Carlo mentre battezza un -bambino durante la peste, dipinto nel 1612 da Ludovico Carracci, gli altri due attribuiti al Guercino) e quelli dei due cardinali estensi del Cinquecento, Ippolito I e Ippolito Il. Del patrimonio culturale rimasto all'abbazia, soprattutto l'archivio č di rilevanza notevolissima. Nonostante gli impoverimenti e le distruzioni, conserva pių di 6000 pergamene, oltre a numerosi altri documenti: da notare fra l'altro i diplomi di Carlo Magno, Ottone I, Matilde di Canossa, Federico Barbarossa e Federico II, nonché la falsificazione duecentesca della Donazione di Astolfo, la pergamena della concessione di Gotescalco, che dā origine alla Partecipanza, i brevi e le lettere di numerosi pontefici, fra cui quella di Adriano I che nel 752 autorizza la costruzione dell'abbazia.Fra le reliquie che compongono il Tesoro abbaziale, la stauroteca a una traversa conserva, secondo :"la tradizione, un frammento della Santa Croce, protetto e ornato da lamine d'oro e dischetti con le effigi a smalto di santi della Chiesa greca, e poggiante su un piedistallo in argento dorato eseguito nel Seicento dall'orafo bolognese Finelli. La stauroteca bizantina dell'XI secolo, č costituita da un quadretto di lamina d'argento lavorata a sbalzo; i bracci della croce vi delimitano sei scomparti, nei quali sono raffigurati quattro angeli e, ai piedi della Croce, l'imperatore Costantino e sua madre Elena, a indicare che anche questa reliquia proviene dalla Santa Croce. Oltre al reliquiario del braccio di S. Silvestro, č pregevole il reliquiario dei SS. Teopompo e Senesio, costituito da un piccolo sarcofago d'argento ornato nella parte anteriore da figure d'angeli e dai simboli degli Evangelisti, sovrastati da archi che poggiano su colonnine dal capitello a foglia; i medaglioni che decorano gli altri lati sono aggiunte posteriori. Oggetto d'intensa venerazione, il reliquiario fu anche richiesto da altre cittā in occasione di epidemie.Della biblioteca abbaziale sono rimasti solamente tre preziosi codici. L'Evangeliario di Mati/de, cosė chiamato perché la marchesa di Toscana sembra essersene servita nel 1103, presenta una magnifica legatura costituita da due assicelle rivestite da lamine d'argento dorato e lavorato a sbalzo. In quella anteriore č raffigurato il Cristo benedicente con i simboli degli Evangelisti, nella posteriore la Crocefissione. Il codice presenta anche nove miniature, che testimoniano la fioritura dello scriptorium nonantolano. Il Graduale č il solo manoscritto musicale rimasto nell'abbazia. I rilievi della sua legatura, simile a quella dell'Evangeliario, raffigurano la Vite mistica e S. Gregorio Magno, riformatore della musica ecclesiastica. Il codice contiene le melodie gregoriane usate nelle messe solenni dell'anno liturgico: lo studio della musica venne particolarmente curato nel monastero, tanto che alcuni studiosi hanno parlato di una notatio Nonantulensis, dalle linee addolcite rispetto alle usuali. Il terzo codice (Acta sanctorum) č l'unico rimasto alla biblioteca della produzione di un'officina libraria dalla quale uscirono oltre duecento manoscritti, una cinquantina dei quali sinora localizzati.

Capitolo 4

 

Gran parte di essi venne mandata a Roma dagli abati commendatari: conservati ora nel fondo Sessoriano della Biblioteca Nazionale Centrale, i codici mostrano che lo scriptorium di Nonāntola sviluppō anche un particolare tipo di scrittura precarolina, simile alla beneventana.In una parte del complesso che costituiva il convento sono ora posti gli uffici del Municipio: nella sala adibita un tempo a refettorio monastico e in seguito a sede dell' Archivio Storico Comunale, sono stati rinvenuti, nel 1983, durante i lavori di risistemazione dell'archivio stesso, notevolissimi affreschi dell'XIXII secolo. Con grande tempestivitā, le pitture, che dovevano raffigurare scene della Vita di S. Benedetto, sono state ripulite dagli strati d'intonaco che le ricoprivano, quindi restaurate ed esposte al pubblico. Anche se ristrutturazioni architettoniche posteriori hanno purtroppo cancellato la fascia inferiore degli affreschi e tagliato molte figure della parte superiore aIraltezza delle ginocchia, appaiono rilevanti soprattutto alcune immagini di santi, una cittāturrita e cinta di mura merlate, nonchéun motivo ornamentale dalla doppia greca intrecciata che racchiude figurazioni fantastiche (grifoni).Di grande interesse, non solo per la storiografia locale, č poi lo stesso Archivio Storico Comunale che, trasferito nella Sala delle Colonne, ordinato e inventariato in modo da consentire una facile consultazione delle sue carte, conservai documenti relativi alla comunitā nonantolana dal 1419 fino all'etānapoleonica: agli Statuti approvati da Niccolō lI! si aggiungono le serie dei Partiti di Consiglio, degli Istrumenti, degli Estimi e delle Imposte varie, e inoltre i Libri mastri, i Ruoli della popolazione e il Carteggio. .In via Vittorio Veneto, di fronte al fianco settentrionale dell'abbazia, si trova la Chiesa di S. Filomena: eretta agli inizi del XIV secolo e dedicata a S. Maria delle Grazie, fungeva da chiesa dell'attiguo ricovero, gestito da una pia congregazione. Soppressa questa da Francesco III d'Este, gli edifici vennero venduti alla famiglia Veratti, che fece della chiesa la propria cappella privata. Nel 1835 vi fu posto un quadro raffigurante S. Filomena, il cui nome il tempio ha da allora assunto. Ritornata la chiesetta di proprietā ecclesiastica, la Soprintendenza ai Beni Artistici ne ha iniziato i lavori di restauro: anche se in stato di grave degrado, S. Filomena conserva tuttavia una pregevole facciata rinascimentale dal portico a tre archi; caratteristica č anche la rustica abside pentagonale, al cui fianco č una bassa torretta campanaria.La vicina Chiesa di S. Michele venne eretta alla fine del IX secolo come chiesa del borgo e dovette essere presto restaurata per le rovinose incursioni degli Vngari. Alla fine del Settecento era ormai cadente e l'abate Albani la fece profondamente rimaneggiare. Della chiesa antica sono attualmente visibili solo le belle absidi della navata centrale e di quella destra, che presentano monofore, lesene e archetti ornamentali; l'abside maggiore č alleggerita anche da nicchie a fornice (simili a quelle di S. Silvestro), sottostanti agli archetti pensili e scandite in gruppi di tre dalle lesene; nella minore spicca la disposizione decorativa dei mattoni, collocati di testa.Dell'antico sistema difensivo della cittadina solo due sono le torri superstiti. La Torre dei Modenesi, detta anche "Torricino", reca adesso l'orologio pubblico. Fu eretta dopo la prima conquista modenese di Nonāntola del 1261. A pianta quadrata, č alta circa 30 metri; la merlatura č stata in epoca posteriore coperta da un tetto, sul quale venne poi alzata una torretta campanaria. Recentemente restaurata, la torre ospita ora alcuni istituti comunali (Banda, Fonoteca) e vi si tengono corsi di musica. Ai piedi della costruzione č l'edicola contenente un'immagine della Madonna col Bambino (Madonna del Torricino): cancellata dagli agenti atmosferici la prima pittura, dipinta da Francesco Valdusi nel 1623, l'immagine č stata rinnovata su vetro da Romano Buffagni nel 1980, quindi solennemente inaugurata.Pių imponente la Torre ("Rocca") costruita dai Bolognesi agli inizi del Trecento: anch'essa a base quadrata, raggiunge i 36 metri alla base del tetto aggiunto in epoca successiva. La torre č attualmente adibita dal comune a deposito; č perō previsto un suo restauro. Da notare alla sua base l'archivolto murato di una delle porte dell'antico castello.Nel centro urbano si apre piazza della Liberazione, lungo due lati della quale corrono portici che lasciano intravedere le travature originali. Sul lato maggiore č situato Palazzo Sertorio, un tempo residenza estiva della famiglia modenese che diede a Nonāntola quattro commendatari all'inizio del Cinquecento.Di fronte all'ingresso del Seminario, all'inizio di via Roma, il Palazzo Previdi č ornato da una lunetta ottocentesca che raffigura l'incontro di Dante con Cacciaguida, riportandone il verso "e quindi il soprannome tuo si feo" (Paradiso XV, 138): facendo collocare questa scultura, Stanislao Previdi volle probabilmente richiamarsi all'ascendenza nonantolana della famiglia Alighieri (o Aldighieri) ipotizzata dal Tiraboschi.Un notevole esempio di architettura civile č costituito da Villa Emma, "la pių bella delle ville ottocentesche dell'Emilia" (G. Moreali), posta lungo la via Mavora. Costruita da Vincenzo Maestri per conto di Carlo Sacerdoti nel 1898, faceva parte di un grande complesso poi smembrato: ne sopravvive, fra l'altro, all'incrocio con via Di Vittorio, la graziosa Casa del giardiniere, ora trasformata in abitazione privata.Subito fuori Nonāntola, lungo la statale per Modena, si incontra il settecentesco Oratorio della Beata Vergine della Rovere; nel portico che adorna il piccolo santuario č affissa una croce di legno, che si vuole ricavata dalla rovere cui era appesa un'immagine della Madonna, venerata in quanto dispensatrice di grazie.Sulla strada che porta a Castelfranco č poi la Cldesa parrocchiale di Redu, della quale si hanno notizie giā intorno al Mille. Completamente rinnovata nel secolo scorso per lo stato di profondo degrado, č stata restaurata nel 1984. "In essa si rinnova il due gennaio di ogni anno, in onore di S. Macario, patrono di Redu, l'antichissimo rito della distribuzione delle fave, che i fedeli consumano prima del pranzo come atto di devozione, penitenza e difesa contro le malattie" (G. Malagoli-R. Piccinini-M.L. Zambelli). Nella chiesa si conserva una Madonna del Rosario, copia secentesca dal Correggi o, attorniata dai riquadri raffiguranti i Misteri.


By Incerti Daniele 2006